Per costruire una governance di Internet credibile e partecipata è fondamentale seguire un approccio “bottom up”: è questo il modo con il quale la Rete ha funzionato fino ad oggi.
Abbiamo così deciso di raccogliere e sistematizzare le esperienze e le prassi che si sono affermate sulla Rete al fine di individuare punti ideali di equilibrio, in analogia a quanto fece il giurista sardo Domenico Azuni che raccolse leggi, usi, consuetudini, ordinanze e decisioni consolidate per la navigazione sui mari dell’Europa di inizio ‘800.
Il primo passo da compiere per dare avvio all’operazione “Codice Azuni” è dare voce agli utenti della Rete per condividere come “orientarsi” sulla Rete.
Con il documento“Codice Azuni versione Beta”, il dibattito sulla governance di Internet è da oggi (e per un mese) aperto a tutti coloro che sono interessati a contribuire alla riflessione sulle problematiche, sulle sfide e sulle opportunità che Internet pone.
Renato Brunetta
(Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione)
Precisazioni:
- Come descritto nei documenti, l’obiettivo dell’iniziativa non e’ fare nuove norme ma costruire una tassonomia dei problemi percepiti e delle opportunita che offre la rete e successivamente una mappatura delle relative best practices mondiali.
- Questa non sara’ l’unica consultazione pubblica in materia, ma solo un primo passo per affinare strumenti e metodi raccogliendo feedback dalla rete.

















Ma il campo di questa regolamentazione quale dovrebbe essere ? regolamentiamo solo quello che si trova entro i confini italici ? e come ? (Primo problema) credo che i governi si trovino ad affrontare un fenomeno pari solo al concetto della libera persona che si muove libera nel mondo senza frontiere,difficilmente si può tornare indietro costruendo confini digitali pari a quelli fisici geografici, intendiamoci la cosa é tecnicamente e ovviamente possibile “cina docet” ma estremamente difficile,quindi cosa ? una REGOLAMENTAZIONE CHE VADA BENE X L’ITALIA ? EUROPA ? MONDO ?
Consideriamo l’aumento esponenziale di oggetti che si collegheranno in questi anni ad internet la prima cosa che viene da pensare é :BANDA …é inutile che la compagnia di turno offra usb key ad altissima velocità quando poi le celle di aggregazione vengono a mancare .. quindi : OBBLIGO di abbattere il digital divide con investimenti ( che potrebbero anche essere incentivi fiscali a coloro che investono e manutengono tratte e linee )atti a portare forme di connessione per comunicazione, reali abbattimenti di tariffe per la navigazione con controllo reale della concorrenza..incentivi per coloro che automatizzano procedure di prenotazione, consultazione, informazione tramite internet che invoglino ad usarla.
Linee di condotta per la creazione dei siti comunali provinciali cittadini UNIFORMI..( o almeno la parte istituzionale )il cittadino deve poter accedere al portale di MILANO o a quello di Pirlimpopoli trovando a colpo d’occhio le informazioni che servono con uniformità di documentazione.
Penso che lo Stato debba vedere la rete come una opportunità di abbattimento di costi e fare uno sforzo per rendere accessibile lo scambio dati con il cittadino in aree intranet.
Sono anche io dell’idea di cambiare l’attuale decreto Pisanu..daltronde é giornalmente disatteso..
Non credo che Internet sia Anarchia anzi alla luce della sua vastità é notevole osservare come le interazioni siano AUTOREGOLAMENTATE ciò che deve dovrebbe essere regolamentato é l’ingresso dello stato in Internet, gli scambi commerciali.. é incredibile vedere come da noi ci siano leggi e balzelli punitivi per la nostra economia interna( penso al balzello sui supporti informatici) che vengono bypassati da acquisti fatti nel paese vicino al nostro.
Internet é solo un mezzo, quello si fà con esso può essere illegale ma per quello ci sono già leggi quindi alla fine l’urgenza é renderla disponibile, uniformare e regolare l’accesso alla pubblica cosa statale…
Questo contributo lo pubblico come commento visto che non è stato pubblicato dai moderatori come RFC inviato il 20 agosto.
Una proposta meritoria questa del Codice Azuni, visto che punta a coinvolgere i cittadini, ma insufficiente nel metodo e nel merito.
Le prime criticità della proposta stanno nella tempistica. La consultazione dura solo 30 giorni, è basata su una mailing list chiusa e moderata, si svolge nel periodo di agosto in cui due italiani su tre sono lontani da un computer.
La consultazione non ha un output definito. Si dice che la proposta serve a creare una tassonomia delle problematiche e delle best practices relative a Internet, ma non si capisce come verrà assemblata e utilizzata la parte offerta dai cittadini e se costituirà o meno la base della posizione italiana da portare in ambito internazionale e segnatamente a Vilnius in settembre.
La proposta sarebbe frutto di un tavolo di lavoro riunito dal novembre 2009, di cui nessuno ha mai saputo niente, costituito per la maggior parte da soggetti governativi, ben dieci, un solo parlamentare, della maggioranza, un solo imprenditore, tre professori universitari, non i più noti sul tema, un paio di esperti indipendenti e del Cnr. Con l’esclusione di tutti i soggetti che avevano nei 5 anni precedenti contribuito a definire la proposta italiana di una rete aperta presso le Nazioni Unite, e segnatamente marcata dall’assenza del portabandiera italiano, Stefano Rodotà e dai molti gruppi di interesse italiani Altroconsumo, Free Hadware Foundation, ISOC, Istituto per le Politiche dell’Innovazione, AIIP, Amnesty International, Wikimedia, Alcei ed altri. Più grave ancora la mancata e piena rappresentanza del Parlamento che attraverso le sue cariche più elevate (presidente Gianfranco Fini il 16 marzo 2010), si è ultimamente espressa a favore di una tutela piena del “diritto a Internet”.
La proposta inoltre, non tiene conto del lavoro importante avviato dalla costituzione dell’Igf Italia, il chapter italiano dell’Internet Governance Forum, nato su raccomandazione della Commissione Europea anche in altri paesi come Francia e Inghilterra. Qualsiasi proposta in assenza del contributo di questo organismo di coordinamento degli stakholder italiani, nato a Cagliari nell’ottobre 2008 che ha già tre incontri all’attivo (Cagliari, Roma, Pisa) e che si incontrerà di nuovo a Roma il 29 e 30 novembre 2010, appare una proposta monca, difettosa di esperienze, voci e pluralismo che ne dovrebbero costituire la missione istituzionale.
Sul merito, la proposta del Codice Azuni, nasce vecchia: i problemi e le criticità di Internet sono noti: assenza di infrastrutture, censura, privacy ridotta, costi elevati di connettivtà, digital divide. Inoltre azzera il lavoro fatto dagli italiani negli ultimi sei anni sotto governi diversi, ma perchè non riporta nessuno dei principi condivisi che sono ormai patrimonio dell’Igf e che sono precipitati nell’accordo Italia-Brasile: il rispetto della privacy e la protezione dei dati, la libertà d’espressione, l’accesso universale, la network neutrality, l’interoperabilità di dati e applicazioni, l’accesso globale a tutti i nodi della rete, l’uso di standard aperti e liberi, l’accesso pubblico alla conoscenza, il diritto a innovare e il rispetto dei princii del mercato, alla libera concorrenza online e i diritti dei consumatori in generale. Cioè tutte le cose che fanno di Internet la grande piattaforma di scambi e opinioni che è diventata negli anni.
Arturo, inutile insistere: questo Codice e’ solo fuffa, e serve a nascondere le solite logiche dirigistiche a cui siamo ormai abituati. Meno se ne parla, e meglio e’.
Beh, in effetti questo “forum” sembra abbandonato a se stesso. Ho mandato due RFC, uno il 20 e uno il 23 e nessuno dei due è stato pubblicato.
Bella idea. Ho messo tra le cose da fare nel fine settimana leggere i contributi arrivati e spedire il mio piccolo contributo, scusatemi se non sarà troppo originale.
Ripeto bella idea e bello il tema.
Costa Rican Constitutional Court declares Internet Access essential to
the exercise of fundamental rights. http://is.gd/f2bFX
In fondo questa cosa qui la trovo abbastanza utile, i politici hanno l’occasione per sentire il polso degli utilizzatori di internet (piuttosto arrabbiati a quanto mi pare di vedere, attento Brunetta si rischia di perdere voti !)e possono rendersi conto di quanto sia assurda e IMPOSSIBILE tecnicamente la loro pretesa di creare una governance di internet.
Anzi inviterei gli utenti a descrivere le tecnologie che esistono e si possono utilizzare per bypassare qualunque tipo di controllo così la chudiamo qui.
E’ bello vedere che siamo sempre i soliti
…
Manca Catepol….
Rocco Rattazzi wrote:
>Mi sembra infatti che in questi giorni siano online molte persone interessate a internet e alle problematiche di una sua governance. Se ognuna di queste stesse persone impegnasse tre minuti del proprio tempo a scrivere una mail con proposte concrete, sarebbe un risultato eccezionale, in primo luogo per gli utenti!
Il ministro Brunetta ha precisato che il codice Azuni non prelude a nessuna legge, ma serve a descrivere lo stato dell’arte e costruire una base di best practice.<
Govrenance?
Stato dell'arte?
Base di Best Practice?
Ma usare una lingua chiara e comprensibile a tutti no, eh?
Ho come l'impressione dhe tutta l'operazione non sia altro che un gran polverone dietro al qual nascondersi per fare porcate tipo il comma 29 o il DL Previ-Prodi
E quando leggo interventi come quello di Rocco – tante belle parole per non dire e non proporee nulla – ne ho la conferma.
Good night and good luck
Ok sul voler usare parole comprensibili e magari italiane ma allora perche’ contestare l’utilizzo di “stato dell’arte” che e’ un’espressione italianissima e rispettabilissima nonché di uso comunissimo?
Le proposte non vanno inserite in un commentario ma nella mailing list. Ma questo vale per chi ha interesse a farle ed e’ in grado di farle. Chi vuole criticare costruttivamente dovrebbe farlo nella mailing list ma, ho controllato, e non vedo nessun contributo firmato tomasone.
Chi critica distruttivamente e’ come uno che rimane in strada a tirare sassolini sulle finestre: fa tanto rumore per nulla.
Io non tiro sassolini ne’ lancio critiche prima del tempo. Aspetto qualche settimana prima di criticare. Poi se non trovero’ proposte interessanti sparero’ anch’io a zero. Ma per ora aspetto…. criticare con pre-giudizio e’ una inutile perdita di tempo.
Io la vedo così:
http://serkillalot.wordpress.com/2010/08/06/giuristi-del-passato-e-pirati-del-futuro/
Un contributo costruttivo? Iscrivermi alla ML?
Per prendere parte a un dibattito attorno a un idea vecchia di due secoli?
Per dare ulteriore avallo a chi userà questo sito e questa iniziativa come paravento per camuffare e accreditare come democratiche e condivise decisioni che sono invece autocratiche e lobbistiche?
Aprite gli occhi
Good night and good luck
La tua posizione e’ rispettabile, ma dal momento che questa iniziativa e’ appena nata e si protrarra’ bel oltre il mese che precede l’IGF ne riparleremo piu’ avanti.
Visto che parlate di renumerazione del lavoro intellettuale, perchè non vi occupate dei precari che lavorano nelle biblioteche….un lavoro sottopagato, incerto e soprattutto, secondo il comune credo, alla portata di chiunque anche con “zero tituli” (laurea, corso qualificante ecc.)……
> precari che lavorano nelle biblioteche
Lavoro intellettuale????!!!!
Due osservazioni iniziali:
- lodevole l’iniziativa di fare una consultazione “bottom-up” in rete, è forse la prima volta che un ministro di un governo di destra apre cosi’ ampiamente la porta ai cittadini
- una carognata farla in agosto, quando gran parte di quei cittadini sono (in luoghi) privi di connessione: quanti di noi si portano PC e chiavetta sotto l’ombrellone per seguire le discussioni di Brunetta?)
Detto questo, sono convinto che Internet sia uno di quei salti culturali che segnano un’epoca e come tale non possa essere regolamentato, non sia giusto e non abbia senso indirizzarlo in sentieri precostituiti e controllabili.
Faccio un semplice esempio. Per secoli la cultura ed il potere sono stati nelle mani di poche persone che parlavano una lingua il latino) sconosciuta ai piu’, al popolo, che di conseguenza era escluso da ogni informazione strategica, da ogni possibilità di riscatto e di avanzamento, di uscita dal suo stato di ignoranza perpetua. L’avvento, la diffusione e l’uso di un linguaggio unico per chi deteneva il potere e chi doveva sottostarvi, ha portato ad una presa di coscienza da parte del popolo, che lentamente si è emancipato, ha realizzato che aveva dei diritti, ha rovesciato un potere assoluto e dispotico, è nata la democrazia. Naturalmente il linguaggio ha permesso anche la nascita e lo sviluppo dei mercati, la libera iniziativa, la diffusione del benessere.
Io paragono l’avvento di internet ad una analoga rivoluzione culturale: con la Rete l’informazione è di tutti, accessibile e costruibile da tutti (almeno quelli che vi sono collegati, forse un giorno tutti), la Democrazia fa finalmente un ulteriore passo avanti e puo’ diventare veramente accessibile a tutti. E, in perfetta analogia, come non vi sono parole che ciascuno non possa usare o pensare, non capisco perchè ci debbano essere regole che limitano l’uso della rete a qualcuno o per certi scopi: la Rete è un ulteriore passo avanti nella realizzazione delle persone, nell’espressione della loro libertà. Naturalmente, esistono delle leggi che regolano la convivenza umana: non uccidere (con tutti i corollari), non rubare, non calunniare e via discorrendo. queste leggi valgono anche per le azioni compiute attraverso la rete, quindi non posso dire “ladro” a uno se non lo dimostro, non posso rubare attraverso la rete cio’ che non mi appartiene, non posso usare la rete per compiere atti che danneggiano altre persone indifese o svantaggiate, … insomma, mi sembra che sia gia’ tutto previsto nelle leggi che già ci sono.
Scusate la lungaggine, avrei ancora un sacco di considerazioni da fare, ma le rimando ad u altro intervento.
Ciao e razie
Un esempio di best practice per affrontare i temi della governance della rete è questo:
Digital Agenda: Public Consultation on net neutrality and Internet freedom
http://ec.europa.eu/information_society/policy/ecomm/doc/library/public_consult/net_neutrality/nn_questionnaire.pdf
La scadenza è il 30 settembre.
lodevole iniziativa, ma essendo coscienti che ogni nuova tecnologia pone un cambiamento negli usi e costumi delle persone, cambiamenti del modo di vivere e nelle attenzioni che si devono prendere, anche nelle abitudini quotidianea, occorre che si operi sulla formazione e la sensibilizzazione. in particolar modo sui rischi insiti nel non rispetto delle regole di etica della rete e di sicurezza informatica. Questa sensibilizzazione va operata a tutti i livelli sia per la sicurezza delle imprese ed amministrazioni, oggi fortemente carente, che per la sicurezza dei singoli che operano sulla rete dal proprio PC domestico per diletto. Mi aspetto che il tavolo tecnico tenga in debita attenzione anche questo, non secondario aspetto. grazie e ciao marcello
Anch’io, come Marcello, ritengo l’iniziativa apprezzabile e sono convinto che i temi essenziali da considerare siano la sicurezza, a cominciare dalle mura domestiche (utilizzo incontrollato delle tecnologie da parte dei minori) e l’innovazione nelle PA (ancora carenti in quanto a utilizzazione di elementari strumenti quali la “semplice” posta elettronica….).
Ritengo l’approccio BOTTOM UP estensibile anche ad altri campi del vivere civile per recuperare credibilità nelle istituzioni, sentite troppo lontane e ostili.
Coraggio!
Dopo queste precisazioni mi spiegate per favore l’uso della parola “governance” perché francamente mi sfugge…
dadda
Caro Ministro Brunetta,
nel nostro Paese c’è un indifferibile esigenza di alfabetizzazione digitale per quel 60% di Cittadini analfabeti digitali… e non di “tassonomie azuniane”!
Quello dell’alfabetizzazione digitale dei Cittadini sì che sarebbe un gran bel “tavolo” da organizzare…
L’Italia è tra gli ultimi paesi in Europa per diffusione di Internet. Il Governo e gli oligopoli delle telecomunicazioni pensano di affrontare il problema posando nuovi cavi e incentivando la diffusione della banda larga. Ma non può funzionare. I motivi sono molteplici. Il primo è che nonostante le intenzioni dichiarate i grandi player non hanno intenzione di portare la rete veloce dove non è profittevole, come in certe zone montane dove non hanno certezza dei ritorni in termini di numeri e abbonamenti; il secondo è che i grandi player pur di bloccare potenziali competitor fanno blocco a livello europeo e italiano per impedire la diffusione di servizi concorrenziali ai loro, come nel caso della telefonia via Internet (Skype), che abbatterebbe i costi per gli utenti finali e ridurrebbe i loro introiti. Una situazione che fino a pochi giorni fa era nota solo agli esperti, ma che da oggi non è più così. Grazie a Wikileaks, un sito che, come dice, il nome, si occupa di far “trapelare” e quindi rendere pubbliche tutte le iniziative top secret di stati e governi. Wikileaks ha diffuso in rete un documento – stilato dal consulente del governo Francesco Caio – che tracciando le linee di intervento per lo sviluppo della rete di telefonia fissa e mobile facendo leva sulla diffusione della banda larga, denuncia il pessimo stato della rete in Italia e l’esclusione dall’internet veloce del 12 per cento degli italiani ma anche il bluff di tanta ingannevole pubblicità che vorrebbe gli operatori offrire Adsl velocissime, ma che si impallano appena provi a scaricare le foto di matrimonio del tuo migliore amico.
Sicuramente, come suggerisce il rapporto Caio, l’implementazione di reti di nuova generazione, l’ammodernamento della rete esistente, l’uso di tecnologie come il Wi-Max possono contribuire a risolvere il problema ma in assenza di una governance efficace della rete l’Italia sarà sempre agli ultimi posti. In particolare perchè Internet, la piattaforma che oggi abilita la fruizione di servizi digitali è un’infrastruttura a rischio di virus, spamming, interruzioni fisiche, aumento dei nodi e sovraccarico funzionale.Per intervenire su questa fragilità La Commissione Europea ha proposto il famoso pacchetto Telecom, che però è stato bocciato dal Parlamento perchè rischiava di creare nuove povertà digitali e di favorire i soliti noti, senza dare alcuna garanzia di sviluppo, né di concorrenza né di inclusione sociale. Occorre un nuovo quadro regolatorio allora, è necessario investire sulla diffusione della banda larga di sicuro, ma non basterebbe comunque a ridurre il digital divide nel Belpaese. dove il divario è di tipo culturale, generazionale, cognitivo, di genere.
E da questo punto di vista non si può fare a meno di pensare al dato macroscopico che ogni linguista ha in mente. Cioè il fatto che in Italia c’è qualcosa come il 36,5% di analfabetismo funzionale (media UE : 14,9%) : persone che a fatica riescono a leggere i titoli dei giornali e a scrivere il proprio nome cognome e indirizzo e che alla Poste hanno bisogno dell’aiuto degli impiegati per mandare una raccomandata.
Quindi è vero che i problemi sono infrastrutturali, ma il quadro regolatorio e le politiche attive di alfabetizzazione alla rete sono assai importanti. Ora, lasciamo perdere il fatto che certe fortune politiche sarebbero inconcepibili senza questo dato. E’ comunque evidente che queste persone difficilmente si metteranno in casa un attrezzo dotato di tastiera QWERTY, per accedere a un mondo dove le cose si cercano scrivendo delle parole. Insomma, non basta parlare del sottosviluppo di Internet in Italia, senza parlare dell’analfabetismo funzionale degli italiani. E su questo a parte la riduzione dell’offerta formativa universitaria, il numero degli insegnanti nella scuola primaria e l’obbligo di mettere il grembiule, non c’è uno straccio di proposta.
Bah..mi sembra la solita propaganda..tanto poi, come nei referendum, ti fanno credere di avere voce in capitolo, e poi fanno come gli torna più comodo.
Un consiglio?
Pagare le connessioni a banda effettiva.
Se Al**e o Fas***b (autocensura ^^) ti dicono che ti danno una connessione a 20 mega e poi di doppino puoi viaggiare max a 1.5 perché si deve pagare per 20?
L’unico modo per ridurre il digital divide è fornire infrastruttura. Non abbiamo bisogno di norme ma di cavi in fibra.
Non serve a nulla regolare a priori un mondo nel quale non siamo.
http://www.speedtest.net/global.php#0
questi sono i risultati della velocità media di DL e UL a livello mondiale.
L’Italia? hahahah 63′ e 73′ con una velocità media di 1/3 rispetto alla Germania.
Le norme devono bastonare i gestori di rete IMPONENDO NELLE PUBBLICITÅ LA BANDA MINIMA GARANTITA e VINCOLANDO LA SPESA ALLA BANDA EFFETTIVA.
In questo modo si vedrebbero quegli investimenti in infrastrutture che sono vitali per un paese moderno (tipo la Corea del sud che viaggia sui 30 Mb/s e ha in progetto di arrivare ad 1 Gb/s).
Detto questo se vogliamo parlare di governance penso che la sede appropriata sarebbe più che altro l’ONU.
Certo se quando un gruppo di Facebook non piace e si vuole sapere se siamo d’accordo a far bloccare gli accessi a quel sito (come richiese tempo fa un tal B. che non è Brunetta) beh direi che farete fatica a trovare consensi anche perché internet è storicamente terra di libertà (quella vera) e poco propensa a farsi imbrigliare da cavilli che non hanno efficacia se non nei confini del nostro recinto nazionale.
Detto questo apprezzo l’apertura al “popolo” anche se come gia citato il mese non è forse uno dei più propizi.
Buon lavoro e buone ferie ; )
A.B.
Bella iniziativa, che arriva nel mese sbagliato…
Spero continui e sfoci in qualcosa, perché di Best Practices polverose infilate in un cassetto non sappiamo cosa farcene.
L’Italia è indietro su internet rispetto a troppi paesi, ci manca la banda, il territorio montagnoso non aiuta, ma ancora stiamo a litigare per chi deve posare la fibra!!!
A mio avviso nessun operatore dovrebbe possedere la fibra, che dovrebbe appartenere ai cittadini, quindi allo Stato!
I provider dovrebbero occuparsene e fornire l’accesso, PUNTO!
Già che ci siamo, evitiamo di abusare dei filtri DNS!!! Sono pure alquanto inutili, e liberticidi!!!!
My 2 cent…
Tommaso
Una delle problematiche è il tentativo delle compagnie telefoniche (e di alcuni Governi) di demolire la “net neutrality“. Ovvero, la facoltà di raggiungere qualsiasi sito Internet senza particolari limitazioni.
Il pretesto usato è garantire più banda per i siti Internet di pubblica utilità (mah…), la motivazione reale è dirottare gli utenti su siti specifici. Nelle loro intenzioni un giorno una offerta commerciale potrebbe articolarsi così:
Sui siti Internet del nostro circuito puoi collegarti con l’abbonamento standard. Ma se vuoi consultare anche gli altri siti, devi pagare un extra.
Con il risultato che i siti amatoriali, quelli che fanno controinformazione, i blog che diffondono notizie scomode, ecc. diventerebbero irragiungibili, o quasi.
Per contro, una opportunità sarebbe una reale digitalizzazione della burocrazia. La firma digitale e la PEC sono importanti passi avanti; ora serve l’ID unico e standard (un unico userid e password per tutti i siti della PA).
Inoltre, per semplificarci molto la vita, basterebbe una legge che vietasse la richiesta di documenti cartacei relativi a informazioni disponibili online (cioè quasi tutte). Visure camerali, certificati, regolarità contributive, ecc. non servirebbero più.
E’ vero che alcuni di questi archivi hanno regole di accesso anacronistiche, giustificabili cento anni fa quando i documenti erano cartacei o non esistevano sistemi di cifratura e password. Ma è un problema facilmente superabile, a costo zero; è sufficiente una reale volontà politica (e un po’ di sana determinazione).
Non è facile. In Italia abbiamo idioti che si sono inventati il certificato antimafia (ovvero una autocertificazione!). Come se i mafiosi avessero paura a dire una bugia. Ma se non ci liberiamo di questo vecchiume, facciamo la fine dell’Argentina.
E a proposito di mafia, imprese illegali, ecc. Con la documentazione elettronica certificata molte truffe diventano impossibili. Una per tutte: il crac Parmalat. Se banche e istituti di vigilanza avessero preteso bilanci ed estratti conto certificati, invece di accontentarsi di fax cartacei (falsificabile con una fotocopiatrice da 100 euro), migliaia di famiglie avrebbero ancora i loro risparmi.
Buon lavoro.
Direi che questa cosa parte malissimo. Già si è notato come la copertura del mese di agosto sembri voler tagliar fuori di proposito un sacco di gente. Ricorda tanto certe leggi di spesa fatte passare durante le feste nella incoscienza generale.
Aggiungerei però un particolare: nella pagina iniziale si legge “….il dibattito sulla governance di Internet è da oggi (e per un mese) aperto ….”.
Bene, quando è “oggi” ???? Non c’è uno straccio di data! A me una cosa che parte con questo pressapochismo e in un periodo sospetto sa tanto di presa per i fondelli.
E poi c’era bisogno di chiamarlo The Azuni Code quando Il Codice Azuni andava benissimo?
Come specificato in home page:
A questo link potrai leggere anche la data di inizio dell’iniziativa.
ma allora parliamo di governance o no?
il termine appare più volte, poi le precisazioni lo smentiscono…
bob
http://www.azunicode.it/discussioni-e-contributi/
Al di là del fatto che un cittadino si aspetterebbe da un ministero una risposta un pochino più educata (buongiorno, grazie per le osservazioni, la preghiamo di formularle nella mailing list, grazie ancora per il contributo…) e non un secco link piuttosto ineducato, perché mai avete aperto i commenti a una pagina se poi nessuno risponde? Peraltro mi sembra che nessuno risponda nemmeno sulla mailing list…
dadda
buongiorno, grazie per le osservazioni, la preghiamo di formularle nella mailing list, come spiegato in varie parti del sito.
I commenti sono aperti per permettere a tutti di esprimere le proprie opinioni.La discussione, come specificato, è demandata alla mailing list. Perchè aprirli? Perchè altrimenti lei ed altri avreste scritto che il ministero non vuole dare spazio al pensiero altrui non permettendo i commenti, avremmo sbagliato in ogni caso.
graze ancora per il contributo non le rimetto il link perchè credo possa andare bene quello segnalato precedentemente.
P.S.: So bene che non leggo il pensiero ma tutte le critiche possibili a tutte le scelte tecniche possibili erano già state previste quindi abbiamo scelto le soluzioni che avrebbe portato meno critiche, dando per scontato che alcuni avrebbero criticato comunque qualunque scelta. Le farà piacere sapere che le sue critiche erano già state discusse prima di andare online e sono scritte quasi con le sue stesse parole, che lei criticasse lo avevamo già dato per scontato.
Grazie, resto del parere che se i commenti si aprono poi si risponde!
Per sapere come mai il sito non risponde alla legge Stanca, argomento che nulla ha a che fare con il codice Azuni dove devo postare per non essere OT?
ringrazio per le cortesi riposte che correte certamente darmi
roberto dadda
PS Sono INDIGNATO del fatto che un ministero risponda a un cittadino con una maleducazione e spocchia degne di una osteria. Come vi permettete di dire “che lei criticasse lo avevamo già dato per scontato”, cose vuole dire? Vi rendete conto che mi state infamando e offendendo dicendo di fatto che sono qui solo per criticare? Un comportamento del genere da parte di un sito ministeriale nei confronti di un cittadino è INAMMISSIBILE!!!!
Gentilissimo Roberto Dadda, la richiesta effettuata verso le ore 20/21 di venerdì 30 luglio è stata di mettere on line un sito per il giorno 31 e così è stato, nessuna richiesta di attenersi alla legge Stanca. Come potrà notare nel corso del mese il sito verrà affinato, per esempio da ieri è possibile iscriversi per email ai commenti (non ha nulla a che vedere con la legge Stanca) e poco alla volta cercheremo di migliorare il tutto.
Non ha ricevuto risposta all’altro commento perchè era indirizzato direttamente al Ministro e io non sono il Ministro. Questo è il sito del gruppo di lavoro e serve per raccogliere critiche e suggerimenti, cosa che stiamo facendo.
Mi spiace che lei sia indignato, in fase di decisione delle politiche da seguire su apertura dei commenti ed altro abbiamo discusso e valutato tutte le eventuali critiche possibili e lei, come noto blogger di critica della rete, è stato preso come punto di riferimento delle critiche più dure e, mi sembra un complimento e un riconoscimento delle sue capacità di critica.
Voi potete prendere le decisioni che volete, ma la affermazione che avete fatto resta diffamatoria e offensiva e da parte di un ministero non me la aspettavo certo!
Ho scritto al ministro sia per questa diffamazione che essendo su questo sito viene pubblicamente portata anche a suo nome e per il rispetto della legge Stanca che no, non è facoltativo!
cordiali saluti
roberto dadda
io credo che una cosa importante che il governo dovrebbe fare è oscurare il prima possibile i siti che danno fregature reali alla gente, quelli che offrono corsi non riconosciuti, che promettono sbocchi profesiionali sicuri, facendo pagare un sacco di soldi a chi, con questa crisi nera, spera di trovare lavoro se si procura un pezzo di carta in più con le false promesse di un posto sicuro…
Credo che lo stato debba intervenire là dove è a detta di tutti (vedi il sito antibufale) che quello di cui si parla è una vera e propria bufala, una truffa, di qualsiasi tipo. Credo che l’utente, anche il più sprovveduto, possa essere tutelano in qualche modo, perlomeno evitando la possibilità di fare errori che già tanti prima di lui hanno fatto. Ringraziando Dio, esistono forme di difesa come la presenza di forum sui quali ci si scambia idee, percezioni, esperienze positive e negative, ma ci vorrebbe un intervento più incisivo e definivo per interrompere definitivamente quelle che sono truffe accertate!
Spero di poter essere stato utile alla discussione e di aver contribuito alla realizzazione di un ambiente più sicuro anche sul web perchè le truffe ci sono sempre state, ma sul web è più difficile, a volte, individuarne la vera fonte!
Io Amo Internet, per un uso responsabile e libero della rete. Ora partendo da questo presupposto, mi domando perchè il post inizia parlando di Governance?
Interessante, forse coinvolgere la popolazione potrebbe servire ma resta vero che serve qualche idea più “fresca”.
Le Best Practice NON si possono raccogliere “bloggando” ma almeno sembra un inizio.
Consideriamola una opportunità di parola …. almeno questo !
Io credo di avere abbastanza idee (e voi pure) che non possiamo mai esprimere.
qui si può iniziare a farlo, poi vorrei sapere come le si concretizzano ….
Disponibile al confronto, sempre !
Lasciate tutto com’è, non c’è bisogno di nessuna “governance”, la rete si autoregola da sola.
Nel pool di nomi solo un paio sanno cos’è la rete, perchè perdere tempo coi culi di pietra?
Esperienza insegna che il “mai regolamenteremo” è l’incipit della regolamentazione.
Note
a. “utilizzo sicuro e stabile” =caccia all’untore.
b. “diritti di proprietà intellettuale” = far digerire meglio gli interessi SIAE;
c. “evoluzione di Internet” = “insaporire con aromi altrimenti si sente il puzzo”
d. “infrastutture tecniche..” booom, l’Itaglia interlocutore dell’ ICANN, eddai…
Ma che ridicoli, pensano che ancora qualcuno ci caschi quando a monte di questa prosopopea ci sono PdL della Carlucci e le difese della SIAE di Barbareschi.
In miniera a difendere i posti di lavoro dell’IT altro che sbrodolamenti da garantiti.
Facciamo un passo indietro.
1994: un’alleanza in chiave anti-sinistra accusa le precedenti amministrazione di statalismo e brandisce le privatizzazioni come rimedio all’inefficienza. Direi anche con buone ragioni.
Adesso, dopo aver governato per intere legislature, e con una percentuale di elettori a favore che dovrebbe permettere di portare avanti un discorso di una destra moderna, cosa si fa? si pensa a come regolamentare internet. Statalismo, o stalinismo PURO.
Internet non è un’entità, è COMUNICAZIONE. Se la comunicazione ha finalità criminali, esistono le leggi per punire il crimine, concentratevi su quelle! Se non ha finalità criminali, ma politiche, sociali, di puro divertimento, non sono affari del governo.
Anzi, e qui si va all’ABC: il Parlamento fa le leggi il Governo le fa rispettare la Magistratura si occupa di giudicare chi sgarra. Cosa ci fa Azuni sul sito del Governo?
Infine Azuni, leggo su questo sito, ha riordinato dei protocolli per ragioni pratiche. L’equivalente su Internet si chiama RFC e ci sono già ed un governo non ha ragione di sviluppare soluzioni in ambito nazionale.
Condivido entusiasticamente.
Chi governa ha obblighi simili a quelli di chi insegna: i messaggi devono arrivare con chiarezza e semplicità. “Governance”, “feedback”, “best practice” – parlo, leggo e scrivo un ottimo inglese, ma mi irrito se il mio Stato non mi sa o vuole parlare chiaramente in italiano.
Quanto ad Internet, brevemente: ritengo si tratti della corrente di cambiamento più potente nella storia dell’umanità, un fenomeno la cui portata è ancora imprevedibile qualitativamente e quantitativamente. Francamente è una tigre cavalcare la quale è ben oltre le capacità di entità più potenti del governo italiano. Se poi il regolamentare, oh pardon, la governance significa controllare l’informazione come si fa con quella stampata e televisiva, o tutelare gli interessi delle majors musicali e cinematografiche (non mi stupirebbe) allora permettetemi di dire che, anche qui, non ce la potete fare.
Vedo che siamo ai soliti proclami che sollecitano domande alle quali poi nessuno risponde! Come ho già chiesto perché diavolo se vogliamo fare una tassonomia delle problematiche della rete e delle opportunità la abbiamo chiamata “governance”?
Le parole hanno un significato e l’uso casuale delle parole è fuorviante.
dadda
PS The Azuni Code? Capisco che faccia figo parlare la lingua della perfida Albione, ma qualcuno mi spiega che senso ha dare a una iniziativa tutta italiana un nome in inglese?
http://www.azunicode.it/discussioni-e-contributi/
Ministro Brunetta, lei non ha mai sentito parlare della legge Stanca?
dadda
Dove posso formulare questa domanda che non ha a che fare con il codice Azuni, ma con il sito?
roberto dadda
Siete in grado di spiegare in 10 righe di cosa si tratta, senza enfatizzare e tirar fuori dalla tomba Napoleone Bonaparte? Ce la fate, oppure è l’ennesima fuffa farcita di tante parole per dire praticamente NIENTE?
L’impressione è quella.
Allora, aspettiamo chiarificazioni, senza tanta lana attorno.
Grazie.
Da quando ha perso le elezioni a Venezia s’è smarrito….ridateci il Brunetta che era convinto (solo lui) di cambiare l’Italia e gli italiani!! Ah ministro, in quasi tutti gli uffici governativi, ancora, non funzionano i suoi famosi tornelli, lo sapeva??? E Lei dovrebbe metter mano ad “Internet” ?
CMB
Altro che codici Azuni. Se vogliono il mio contributo, prima di tutto sloccassero il miliardo e passa promesso oltre un anno fa per il superamento del digital divide. Non se ne sa piu’ nulla. Poi abolizione immediata dell’infausto decreto Scajola, che ha bloccato lo sviluppo del WiFi nelle nostre citta’. Scopo originale difendersi dal terrorismo (ma davvero ci credavano?)scopo raggiunto l’aumento del digital divide e la proliferazione di inutili penne USB lente come i vecchi modem da 28,8K (ve li ricordate?) e costose come la vecchia tariffa a tempo.
Il mio unico rammarico e’ che quando a settembre l’ineffabile Ministro presentera’ le sue elucubrazioni Azunesche tutta la stampa lo prendendera’ sul serio, senza chiedersi se e’ o meno una bufola.
Tra l’altro un codice serio lo avevamo gia’, ed era stato elaborato insieme a Rodota’. Brunetta lo conosce bene, ma ha deciso di ignorarlo.
Patrizio Di Nicola
Caro Patrizio–
sono d’accordo. Ho i tuoi stessi timori.
Ne parlo nel mio prossimo libro: “I nemici della rete”.
Ma ho scritto anche un articolo in proposito
http://www.dicorinto.it/temi/diritti_digitali/we-want-bandwith
Internet va bene così!!!!!!!
È la rete che fa schifo, o meglio la rete italiana.
Spiegatemi perché la Romania e altri staterelli da 4 soldi hanno velocità di download e upload 4 volte superiori a quelle delle ADSL italiane.
Internet è la più grande agorà pubblica che l’umanità abbia mai conosciuto, ma non è democratica perché non tutti sanno usarla, non a tutti è consentito accedervi e a dispetto di quello che si pensa è un bene scarso, distribuito nel mondo in maniera ineguale.
Eppure l’accesso a Internet è ormai un corollario fondamentale del diritto alla libertà individuale, perché fornisce quegli strumenti critici attraverso i quali ci si forma un’opinione, e il suo utilizzo è dientata la precondizione per potere esercitare gli altri diritti, come la libertà di opinione e di espressione. Secondo Hamadoun Toure, segretario generale dell’International Telecommunication Union (ITU), «i governi del mondo dovrebbero considerare la rete un’infrastruttura di base, come le strade, lo smaltimento dei rifiuti e l’acqua. Ma l’idea che Internet sia un diritto fondamentale dei moderni è lontana dai nostri lidi. Anche nella ricca Europa solo la Finlandia nel 2009 ha stabilito per legge che a ogni cittadino deve essere garantita ua connessione a 100 Mb, perchè la rete è uno strumento grazie al quale ciascun individuo può allargare le sue possibilità sia di crescita culturale che economica, come previsto dalla Costituzione.
In Italia invece, come se non bastassero le leggi che puntano a imbavagliare Internet, appensantendo i produttori indipendenti di contenuti e i fornitori di servizi con gabelle, norme e concessioni, la rete è insufficiente per le necessità di imprese, cittadini, istituzioni. Il presidente dell’AGCOM, Corrado Calabrò lo ha detto senza mezzi termini durante la consueta relazione parlamentare annuale: “La Rete è a rischio collasso”. La domanda allora sorge spontanea. Che fine ha fatto il Wi-Max? Dopo l’asta milioniaria (135 milioni) per le concessioni agli operatori, si è fermato tutto. Eppure il Wi-Max è una tecnologia di trasmissione senza fili a banda larga quattro volte più veloce di quella UMTS. Pensato per le aree urbane e metropolitane il Wi Max è considerato dagli esperti l’uovo di colombo per battere il digital divide soprattutto nella aree dove per le compagnie telefoniche non è profittevole investire a causa delle asperità del territorio, dei vincoli urbanistici, archeologici, e ambientali. E allora perché non la si usa in Italia? La risposta è semplice: vincoli burocratici, ritardi legislativi, e soprattutto situazione di oligopolio delle grandi compagnie che vogliono continuare a sfruttare le vecchie tecnologie UMTS le quali consentono margini di guadagno maggiori. E il piano Romani per la banda larga? Che fine ha fatto il progetto di dare almeno 20 mega di connettività garantita a tutti gli italiani entro il 2012? Il piano non è mai decollato perchè non sono mai stati stanziati gli 800 milioni (su 1471) del pacchetto base. Perchè?
Perchè sono stati usati per altri fini: persino per finanziare le missioni in Afghanistan. E il dividendo digitale? Che fine ha fatto l’idea di utilizzare quell’ampia porzione dello spettro radio liberato dall’avvento del digitale terrestre nel passaggio dalla TV analogica alla TV digitale? Un utilizzo efficiente dello spettro radio nelle intenzioni dei governi europei doveva facilitare l’accesso alla banda larga mobile, garantire una trasmissione di alta qualità ed ampliare la scelta dei consumatori sul piano dei futuri servizi senza fili. Ma non è successo. Perchè? Perchè in Italia le frequenze liberate sono state assegnate alle società che già detenevano licenze nell’analogico, non é stata fatta nessuna assegnazione di merito e nessuna gara pubblica. Insomma, si sono ignorate le più basilari regole democratiche e di mercato, trasferendo semplicemente l’oligopolio televisivo dall’analogico al digitale. E’ per questo che l’opposizione parlamentare e le associazioni di cittadini insistono che lo spazio liberato vada riallocato per altri scopi, la connettività a banda larga per Internet, magari facendo cassa per i bisogni dello Stato con un’asta, come in Germania, dove ha fruttato circa tre miliardi al governo, e contribuire al risanamento dei conti pubblici. Ma il motivo per cui non si fa da noi è probabilmente che le frequenze devono restare a chi le occupa ora, in Italia, come Rai e Mediaset. Sempre gli stessi, mentre solo una minima parte sarà assegnata a nuovi entranti. Insomma negli anni scorsi lo stato ha speso soldi per favorire la diffusione dei decoder digitali e oggi non si trovano i soldi per far partire la banda larga necessaria a esercitare il pieno diritto alla cittadinanza digitale.
Se siamo ai primi posti in Europa per costo dei servizi e concorrenza nella telefonia, e siamo sotto la media Ue per diffusione della banda larga un motivo c’è: tutto viene sacrificato in nome della prosperità delle aziende telefoniche e televisive esistenti. In Italia queste ultime sono controllate dal presidente del Consiglio che è il più grande editore italiano, l’azionista di riferimento della Rai e per molti mesi ministro ad interim delle telecomunicazioni. Ma Berlusconi oggi è interessato anche all’acquisto di Telecom. Sarà un caso se la rete in Italia non decolla?
La rete è l’unica e l’ultima zona di pura libertà rimasta: chiunque è libero di esprimere le proprie idee e chiunque è libero di credere o meno a ciò che legge.
Semplice e pura libertà.
Ma tanta semplicità e tanta libertà possono fare paura, allora è meglio proporre in modo mellifluo, confuso e frettoloso di volerne codificarne le consuetudini (ops! scusate, la governance!)
Ma la la consuetudine è fonte di diritto ed eventualmente si può impugnare legalmente.
Comodo vero?
Penso che la governance (spero di interpretare bene il termine) riguardi il controllo della correttezza dei fornitori di servizi più che i contenuti, con particolare riguardo ai fornitori di connessione. Ben venga quindi un controllo e una garanzia, da parte dello Stato, che ai cittadini venga offerta una connessione di qualità e al giusto prezzo.
Ma se l’uso del web è un diritto, come quello all’informazione mediante la stampa, lo Stato dovrebbe anche garantire l’alfabetizzazione informatica, proprio come garantisce l’istruzione necessaria ad accedere all’informazione scritta su carta. E’ già stato detto ma è bene ripeterlo. Io non vedrei male, sulla televisione pubblica, una riedizione del glorioso “Non è mai troppo tardi”, fatta bene come allora ma orientata, stavolta, all’alfabetizzazione informatica: anche in questo caso, non è mai troppo tardi.
Interessante, l’approccio bottom up per la governance su internet, non so fino a quanto può spingersi il progetto, comunque può essere interessante.
Non solo è interessante ma necessario. Per questo ce ne occupiamo da anni come associazionismo e singoli esperti insieme ai governi.
La Governance di Internet – cioè la gestione tecnica mondiale della rete delle reti, non il suo governo politico – è oggetto di dibattito pubblico dal 1995, ma solo nel 2003, in preparazione del World summit on information society (WSIS) è diventato un tema istituzionale in seno alla comunità delle nazioni, cioè all’Onu. Nel 2005 il Wsis che si è tenuto a Tunisi ha affrontato il tema della governance di Internet direttamente, a causa della richiesta da parte di alcuni grandi paesi di generalizzare le competenze della governance dell’indirizzamento dei nomi a dominio di Internet per sottrarle al monopolio di fatto dell’Icann americana controllata dalla FCC.
Data la delicatezza e la rilevanza geopolitica del tema – chi fornisce gli indirizzi decide se puoi arrivare a un sito web opure no – a Tunisi si optò per una soluzione diplomatica e si decise di discuterne in un ambito specifico, creando per l’uopo l’Internet Governance Forum, una sorta di “parlamento di Internet” dove gli Stati avrebbero potuto confrontarsi fra di loro e con imprese, esperti e associazioni non profit (gli stakeholders), per individuare e praticare le soluzioni migliori atte a garantire crescita e stabilità dell’internet.
Da allora si sono tenuti quattro IGF a livello mondiale: ad Atene, Rio, Sharm-El sheik, Hyderabad. Il prossimo si terrà a Vilnius in Lituania dal 14 al 17 settembre.
Per ben 5 anni i temi all’ordine del giorno degli IGF sono stati gli stessi: apertura, sicurezza, privacy, multilinguismo, multiculturalismo, sviluppo delle infrastrutture. A Vilnius il tema emergente sarà il cloud computing. In questi anni lo scenario è parzialmente cambiato anche grazie a una parziale e volontaria cessione di sovranità dell’Icann e ad innovazioni tecniche, l’uso di alfabeti non latini per l’indirizzamento web, la definizione del suffisso .xxx per i siti e i servizi erotici, e una migliore intesa fra gli Stati (leggi minori frizioni Cina-Stati Uniti) che minacciavano il monopolio della rete nata in America.
Non solo, in questi anni si è assistito a una crescita di interesse verso il tema della governance da parte dell’opinione pubblica sollecitata dal mondo dell’associazionismo riunito nelle dynamic coalitions, che ha trovato una forte sponda nell’idea dell’Internet Bill of Rights – un insieme di principi generali come nella prima parte della Costituzione italiana, ma dedicati ad Internet, proposto proprio dal comitato governativo italiano capeggiato dal giurista Stefano Rodotà.
Questo insieme di principi altro non è che la trasformazione dell’appello lanciato a Tunisi dal senatore dei Verdi Fiorello Cortiana e firmata fra gli altri da Gilberto Gil, Lawrence Lessig e Richard Stallman, oltre che dal sindaco Walter Veltroni e dall’allora ministro berlusconiano Lucio Stanca. In sintesi l’appello “Tunisi mon amour”, riaffermava l’importanza del rispetto delle regole democratiche a sostegno dello sviluppo della rete: il suo carattere aperto, democratico e universale, calato in una serie di innovazioni tecnologiche che andavano dal software libero e open source, alla limitazione dei brevetti per la rete, al rispetto del fair use per i contenuti coperti da copyright, in una prospettiva mltistakeholder.
Su questa base, si giungerà alla definizione del Bill of Right sostenuto dal governo italiano dell’epoca e nel 2007 all’IGF di Rio De Janeiro, il sottosegretario alle telecomunicazioni Luigi Vimercati riporterà a casa un importante accordo con il ministro alla cultura Gilberto Gil per una Carta dei Diritti della Rete.
Dal 2008 in poi, almeno in Italia, l’interesse per la governance di internet è scemato fino alla proposta del Codice Azuni, un’idea che Rodotà offrì a Brunetta nell’occasione di una riunione dell’Igf Italia a Roma, con la motivazione che non si può lasciare che siano solo le multinazionali a stabilire le regole di Internet e con un’avvertenza “a dispetto di quello che disse Vinton Cerf a Rio De Janeiro, anche Internet, come i lmare si può regolare”; “E’ accaduto con il Codice Auzni per il Mediterraneo”, “Il Codice Azuni aveva tuttavia un grnade pregio, fissava le regole consuetudinarie dei suoi navigatori, senza regole calate dall’alto, esattamnete quello che possiamo augurarci per Internet”.
beh io vittima del Digital Divide rido e rabbrividisco di fronte ad iniziative del genere… per carità l’iniziativa è lodevole, ma manca la base, cioè la rete internet.
Non so ditemi voi se è poco…. io partirei da lì, tutto il resto sono chiacchiere.
Saluti.
Quello che dici è sacrosanto. Infatti stiamo tutti aspettando il famoso piano Romani.
http://www.dicorinto.it/temi/diritti_digitali/we-want-bandwith
Ma non significa che noi non ci si debba occupare di Internet Governance nel modo più laico e plurale possibile.
Bello vedere, come si pensa alle cazzate, piuttosto che alle reali problematiche.
Di grazia, vorrei conoscere dal Ministro, come intende far collaborare in questa fantomatica “governance” (ma non eravamo italiani una volta?), paesi come: Cina, Russia, Iran (a gia’ gli tagliamo la backbone), packistan, Arabia Saudita, e mi fermo qui, perche’ fondamentalmente, son pigro e non mi va di scrivere la bibbia.
Bello spratutto vedere come veniamo trattati dai nostri politici: solo dei sudditi. Ministro, mi faccia il favore, pensi a come NON far sprecare danaro pubblico dai sui colleghi. Vorrei darle un suggerimento: perche’ non apre consultazioni pubbliche su chi voglia regolamentare l’uso di stupefacenti in parlamento, rendendo obbligatori per tutti, un bel controllo anti droga? Le garantisco che avrebbe un plebiscito come risposte. Ma soprattutto, visto che ci tiene che i sudditi le diano il loro parere, non fa questa consultazione pubblica in un periodo dove la gente non e’ in ferie (chi se lo puo’ permettere)? O e’ per dare una parvenza di democrazia? Non e’ che il ministro e’ un fan sfegatato di Nicolo Machiavelli, con il principe che con il suo fine giustifica i mezzi?
Eh i corsi ed i ricorsi storici…
Caro PARIDE, io non la metterei così. La pressione diplomatica delle imprese e dell’opinione pubblica può fare molto per favorire un uso democratico della rete.
Perciò una battaglia da fare senza meno è portare intorno a un tavolo quei paesi autoritari che tu dici e includerli nello sforzo di garantire una maggiore apertura di Internet a favore dei suoi cittadini
Vorrei premettere che, come alcune voci critiche hanno già sostenuto, ho molti dubbi sull’iniziativa anche a causa della possibilità che la partecipazione venga strumentalizzata per giustificare ulteriori proposte sulla rete in Italia. Questo anche alla luce dell’azione dell’attuale Governo che non ha brillato per apertura e neutralità nei confronti della rete stessa.
Mi soffermo quindi principalmente su due aspetti che non condivido del documento:
1) Nella parte “Le questioni da affrontare” è stata indicata come prioritaria, riprendendo i temi ritenuti rilevanti dall’UN WGIG, l’utilizzo “sicuro e stabile della rete”. Nel prosieguo del testo, però, non sono mai stati menzionati il superamento del digital divide e la formazione delle giovani e meno giovani generazioni sull’uso della rete come elementi fondamentali per costruire una rete sicura e partecipata. Proprio l’approccio “open source”, infatti, insegna che la partecipazione può contribuire ad una governance consapevole della rete, capace di rispondere in modo dinamico ad una incertezza dinamica, a cui non possono bastare la sola norma o l’elaborazione di codici di autoregolamentazione in quanto elementi statici.
2) Nella parte “Il perché di un codice Azuni” si sostiene che lo “sviluppo” è stato una conseguenza del codice, il quale “ha finito per rappresentare la condizione necessaria per il futuro sviluppo delle prime compagnie assicurative e dei traffici commerciali marittimi”. Questo giudizio, assieme al richiamo alle regole e ad un giudice per il loro rispetto, sembra riferirsi esclusivamente ad una sicurezza necessaria al solo sviluppo economico. In quest’ottica la sicurezza verrebbe piegata agli interessi economici preminenti, i quali influenzerebbero, come già fanno, i modi con cui declinare l’uso consapevole e responsabile delle tecnologie, l’affidabilità e l’attendibilità delle fonti di informazione, l’apertura e la libertà della rete.
Può essere realmente “bottom up” l’approccio al codice Azuni? Potrà l’approccio “open source”, che affonda le proprie radici nell’etica hacker, dare forma e sostanza al codice Azuni? La mia risposta è, al momento, no.
Vorrei premettere che, come alcune voci critiche hanno già sostenuto, ho molti dubbi sull’iniziativa a causa della possibilità che la partecipazione venga strumentalizzata per giustificare ulteriori proposte sulla rete in Italia. Questo anche alla luce dell’azione dell’attuale Governo che non ha brillato per apertura e neutralità nei confronti della rete stessa.
Mi soffermo quindi principalmente su due aspetti che non condivido del documento:
1) Nella parte “Le questioni da affrontare” è stata indicata come prioritaria, riprendendo i temi ritenuti rilevanti dall’UN WGIG, l’utilizzo “sicuro e stabile della rete”. Nel prosieguo del testo, però, non sono mai stati menzionati il superamento del “digital divide” e la formazione delle giovani e meno giovani generazioni sull’uso della rete come elementi fondamentali per costruire una rete sicura e partecipata. Proprio l’approccio “open source”, infatti, insegna che la partecipazione può contribuire ad una governance consapevole della rete, capace di rispondere in modo dinamico ad una incertezza dinamica, a cui non possono bastare la sola norma o l’elaborazione di codici di autoregolamentazione in quanto elementi statici.
2) Nella parte “Il perché di un codice Azuni” si sostiene che lo “sviluppo” è stato una conseguenza del codice, il quale “ha finito per rappresentare la condizione necessaria per il futuro sviluppo delle prime compagnie assicurative e dei traffici commerciali marittimi”. Questo giudizio, assieme al richiamo alle regole e ad un giudice per il loro rispetto, sembra riferirsi esclusivamente ad una sicurezza necessaria al solo sviluppo economico. In quest’ottica la sicurezza verrebbe piegata agli interessi economici preminenti, i quali influenzerebbero, come già fanno, i modi con cui declinare l’uso consapevole e responsabile delle tecnologie, l’affidabilità e l’attendibilità delle fonti di informazione, l’apertura e la libertà della rete.
Può essere realmente bottom up l’approccio al codice Azuni? Potrà l’approccio “open source”, che affonda le proprie radici nell’etica hacker, dare forma e sostanza al codice Azuni? La mia risposta è, al momento, no.
ho paura che saranno in pochi a rispondere a questa mini indagine che non sara’ possibile nemmeno stabilire cosa ne pensa la maggioranza perche difficilmente individuabile.
di sicuro indicare delle “regole” per definire una “liberta’” suona molto in contrasto.
Perche’ dobbiamo scervellarci noi per dare a loro un modo per far digerire a noi quello che vogliono imporci loro?
Le invenzioni non esistono, esistono le scoperte, e quando uno “scopre” qualcosa non ne ha il possesso, e’ proprieta’ di tutti.
Tempo fa ho partecipato ad analoga iniziativa del governo Scozzese (su tutt’altro): la raccolta di opinioni sulla bozza di un documento governativo sul benessere animale (in particolare, dei cavalli).
Prima di partecipare ho chiesto se la consultazione era aperta a chiunque, anche straniero: mi è stato risposto a stretto giro di mail: Certo! E grazie!
Mi chiedo: questa consultazione è stata aperta a tutto il web, ossia: è stata tradotta anche (almeno) in inglese, e ampiamente pubblicizzata? Si fa in tempo a farlo? Mi auguro infatti che la situazione italiana non abbia nulla, ma proprio nulla di “particolare”, tale di imporre norme sostanzialmente diverse da quelle degli altri paesi democratici.
grazie
Siamo già in Cina solo che gira l’ euro
Lamentati… potrebbe smettere di girare anche quello.
In considerazione della scadenza, prendo tempo!
Sono veramente stupefatto! Qualche tempo fa sono intervenuto su questo sito con critiche espresse in modo molto garbato e costruttivo e mi è stato risposto “che lei criticasse lo avevamo già dato per scontato”.
Qualcuno ha anche affermato, era un amministratore e di conseguenza parla a nome del sito e della iniziativa, che io non sono intervenuto in modo garbato.
Ebbene sono di nuovo a chiedervi come possa una iniziativa ministeriale trattare in questo modo uno dei cittadini cui si rivolge e come possa avere la incredibile impudenza di non rispondere a legittime domande.
roberto dadda
finalmente sono riuscito ad avere una connessione decente via ponte radio ma non devo ringraziare di certo il governo di questo. ma di qualche privato che ha tirato fuori qualche euro che ha fatto un ivestimento spero che almeno riesca a rimanere aperto per qualche tempo .non siamo piu in folle come avevo scritto qualche tempo fà abbiamo messo per adesso la prima grazie stel di ferrara
[...] contributo riportato (neanche di quelli inviati) su quella che impropriamente è stata definita “mailing list”, che doveva raccogliere [...]